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INGRID di Riccardo Cardellicchio (Tratto da "Forse mi uccideranno domani" di Ingrid Betancourt) La donna è già in scena, le spalle al pubblico, quando si accende la luce sul palco. Indossa abiti sgualciti. E’ stanca. Si volta lentamente |
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Forse sto vivendo le ultime ore della mia vita. Sono prigioniera. Hanno detto che mi terranno prigioniera un anno. Sono decisi. Io so che sono decisi. Mi hanno detto: dottora, ci servi. Ci servi per liberare i nostri compagni, dottora. Vogliono una legge che permetta di scambiare la mia liberazione con quella di alcuni guerriglieri detenuti a Bogotà. Ma forse è per finta. Forse il loro vero obiettivo è la mia eliminazione. Sono scomoda anche per loro. Forse mi uccideranno domani. O tra un’ora. O tra una settimana. O tra un mese, due, tre. (Pausa). Chi sono io? Sono Ingrid Betancourt, nata nel 1961, due figli, un divorzio, candidata alla presidenza della Colombia. Il mio partito è Verde Oxigeno. Ero liberale. Fino al 1994 nessuno mi conosceva. Conoscevano i miei genitori, i colombiani. Ho vissuto molto all’estero, in Francia soprattutto. Ho studiato in Francia, laurea in scienze politiche. Famiglia medio-alta, mio padre ambasciatore all’Unesco, ex ministro, mancato candidato (per sua volontà) alla presidenza della Colombia, con grande dispetto della moglie. Mia madre Yolanda in prima linea nel sociale, con "L’albergo", associazione di aiuto all’infanzia, e poi anche in politica. (Pausa). Mi chiamano – alcuni per disprezzarmi – la pasionaria delle Ande. Alice nel paese degli incubi. L’incubo dei narcos. La donna della provvidenza. Dicono – i francesi lo dicono – che sono dinamica e ambigua, contestatrice e contestata. Io, quel che sono, lo so. Sono una che odia la corruzione. So che non sono una martire. Non voglio esserlo. (Pausa). Amo la vita. Ma non ho paura della morte. (Pausa). Mi sembra di vivere la vita di un’altra. (Sorride). Quando abitavo a Parigi, in avenue Foch, in un appartamento di 500 metri quadrati, una culla d’argento e oro, con un marito francese (Fabrice), diplomatico, non pensavo alla Colombia, alle sue condizioni, immersa in una guerra in gran parte invisibile, la violenza in aumento, il governo da una parte, dall’altra le Farc, le Forze armate rivoluzionarie colombiane. Su tutti – mefitici - i narcos, il cartello di Medellin. E lui, il burattinaio Pablo Escobar, il grande corruttore, e poi i fratelli Jorge, Gilberto e Miguel Rodriguez, del cartello di Cali, multimiliardari, esperti nel riciclaggio del denaro sporco, non meno crudeli e spregiudicati di Escobar. "Ingrid – dice mio padre in più d’un’occasione – la vita non è quella che fai qui. Passeggiate, ricevimenti… La vita è ben altra, soprattutto nel nostro Paese". Non approfondisco. Anche perché penso che sarà ben difficile che io torni in Colombia. Mio marito vuole starne lontano, e vuole che facciamo altrettanto io e i figli. Mio padre lo capisce, e allora mi martella con frasi come "Non dimenticare la Colombia. Ricorda quel che siamo, che quel che abbiamo, lo dobbiamo a lei". Un giorno arriva a dirmi: "Anche tu hai un debito con la Colombia". Ma io vivo a Parigi, poi alle Seychelles, poi a Los Angeles. (Pausa). Ma capisco anch’io che non è tutto rose e fiori, la vita. Me lo fanno capire i miei genitori. La loro separazione, seguita dal divorzio. Uno shock. Mia madre messa alla berlina dalla stampa, mio padre compatito. Mi ci vuole del tempo per metabolizzare la storia. Scelgo di stare con mio padre. Mi sembra più fragile. Amici di famiglia, però, come Gabriel Garcia Marquez, Pablo Neruda e Fernando Botero mi raccontano di mia madre. Dicono che soffre. La sua vita pubblica è diventata un inferno, anche se lei è decisa a non arrendersi. Capisco che non posso starle lontana, ignorarla. Ha lasciato definitamene Parigi per tornare a Bogotà. Le telefono. Piange, incredula. Le telefonerò ogni giorno. A poco a poco sento che riprende fiducia. Nel 1986 pensa di farsi eleggere deputato. Ed è proprio in quell’anno che decido di passare due mesi a Bogotà. Sono due mesi divisi tra mio padre e lei. Mio padre un giorno mi chiama per dirmi: "Non sto bene, devo andare in ospedale". Scopro che ha il cuore malandato. Lo trovo stanco, affranto, invecchiato, ma riesce a dirmi una cosa molto bella: "Nel mio cuore hanno trovato il tuo nome". Mi commuovo. Mai sentita una cose del genere: così dolce, così piena d’amore. Temo di perderlo. Vorrei piangere. Ma non devo. Esco dalla stanza in cerca di un medico. Voglio sapere. Passo da un’infermiera all’altra. Alla fine trovo il primario. Gli pongo la domanda con la morte nel cuore. Lui mi guarda, sorride e dice: "Ci ha soltanto spaventati. Se la caverà". Corro a dirglielo. Lui trattiene a stento le lacrime. "Stammi accanto, piccola Ingrid". (Pausa). Se mio padre ha lasciato la politica, mia madre ora c’è dentro fino al collo. Anche perché ama Luis Carlos Galàn, come lei del partito liberale. Nel 1989, Galàn ha quarant’anni, o poco più. E’ l’uomo che i colombiani, desiderosi di cambiare, di sconfiggere una volta per tutte la corruzione e ingabbiare la vergogna dei narcos, vorrebbero come successore del presidente Virgilio Barco. E’ l’unica speranza, dicono. Anche mia madre lo dice. (Pausa). Io sono tornata in Francia, Fabrice è a Los Angeles. Ho due figli, ora. Lorenzo è arrivato a far compagnia a Mélanie. Ma la mia vita sentimentale è un disastro. Sono io un disastro. Mi sto riempiendo la testa di interrogativi. Telefono ogni giorno a mia madre. Lei chiede spesso come sta andando. Io riesco a non rispondere, e butto il discorso su di lei: "Mi raccomando, sii prudente. Mi sembra, da quel che leggo, che la campagna elettorale sia dura". "Lo è, figlia mia. Ma non abbiamo paura. Stiamo andando alla grande. C’è entusiasmo intorno a Galàn". Mio padre è severo con mia madre. "E’ molti anni più vecchia di lui, che ci fa accanto a lui?". E’ una ferita, la sua, difficile da rimarginare. (Pausa). Non dormo, quella notte. Non riesco a dormire. Strano. Io non soffro d’insonnia. Non ho mai sofferto. Che cosa mi sta accadendo? Lo squillo del telefono mi fa sobbalzare. Rispondo. E’ mia madre. E’ disperata. "Hanno ucciso Galàn. Gli hanno sparato durante un comizio. E’ la fine. Glielo avevo detto di non andare a Soacha. Glielo avevo detto: non è sicuro quel posto. E lui: non mi faccio intimidire, non voglio nascondermi. Stai tranquilla, andrà tutto bene". La notizia mi sconvolge. La notizia sconvolge la mia vita. Quattro mesi ci metto per prendere la decisione. Alla fine, la prendo. Ed è terribile. Lascio Fabrice, Mélanie e Lorenzo, e vado a Bogotà. E’ il gennaio 1990. Torno in Colombia, per rimanervi, dopo tanti anni: una decina. I due mesi del 1986 non hanno alcun valore. Mia madre ha deciso di candidarsi al senato, per non far dimenticare Galàn. Io le dico in che condizioni sono: ho lasciato Fabrice, non ho un lavoro, né soldi. E i figli mi mancano. Fabrice non è tenero con me. Promette di mandarmi Mélanie e Lorenzo almeno per qualche mese, ma non lo fa. Mi tiene sulle spine. Poi acconsente. Con mille clausole. Io sono quella che è andata via. (Pausa). Mi muovo con difficoltà. Ho l’impressione di abitare in un paese sconosciuto. Dieci anni di lontananza sono tanti. Non ho contatti. Se mi muovo, se incontro qualcuno, se qualcuno mi riceve, lo fa perché conosce mio padre o mia madre. "Santo cielo, ma sei la figlia di Gabriel… sapessi quanto stimo tuo padre". "Dio mio, ma sei la figlia di Yolanda… sapessi quanto l’ammiro". Poi incontro Rudolf Hommes, ministro delle finanze, amico di mamma e papà. E tutto cambia. Mi dà un incarico importante nell’ambito del piano di sviluppo per la costa del Pacifico. Il polmone della Colombia. Grossi interessi contrapposti: difesa dell’ecosistema o distruzione della foresta per un chissà quale sviluppo economico, sventolato da politici parassiti? Frequento luoghi mai visti. Un mondo diverso, abbandonato a se stesso. Di lì a qualche tempo, mi trovo un’altra patata bollente tra le mani: il contrabbando. E’ così sviluppato che sta mettendo in ginocchio l’industria colombiana. (Pausa). Lavoro con impegno, non guardo né feste né orario. Ma mi sento un tecnocrate. Sono un tecnocrate. Una senza potere decisionale. La pensa così anche la mia amica Clara. E un giorno glielo dico d’un fiato: dobbiamo provare, dobbiamo buttarci. Lei ritiene che si debba lasciare il pubblico per il privato. "No, no. Non intendo questo – quasi strillo – Ti sto proponendo di buttarci in politica". Glielo dico nell’agosto 1993. Le elezioni politiche ci saranno nel marzo del 1994. (Pausa). In questi giorni ritorno spesso a quel periodo. Mi pongo domande. Mi chiedo se fu scelta giusta. E ogni volta mi dò la stessa risposta: fu giusta. Mille volte, la rifarei. Sì, anche a costo della vita. Per il mio Paese. Per il suo futuro che non può continuare a essere uguale al presente e al passato. Non può sapere di marcio come sa. Per il futuro dei miei figli. Per i miei genitori. Per quello in cui hanno sempre creduto, e hanno combattuto. (Pausa). "Bùttati, Ingrid". Mia madre è entusiasta. "Sarai il simbolo del nuovo. E’ il tuo destino. Io mi metto da parte, mi ritiro. Non ho più energia né fede. La morte di Galàn, per me, è stata la fine". Elezioni amministrative? Neanche per sogno: subito le politiche. Sì, il passo è grosso. Io non so nulla, nessuno mi conosce. E sono una donna. E non ho un soldo. Non ne voglio, comunque, se non so da che parte arrivano. Clara è con me. Si butta anche lei. Se si cade in due ci facciamo meno male, forse. Ci buttiamo in politica contro la corruzione. Troviamo una sede, un po’ di soldi. Ma non abbiamo un’idea forte per uscire dall’anonimato. Bogotà è la capitale, rischiamo di perderci. Chi può darci una mano? Mi ricordo di un giovane pubblicitario, conosciuto con mia madre. Si chiama German Medina. Mi prende sul serio. E gli dico: devo impegnarmi a risolvere i problemi della gente, anche quelli minuti, di Bogotà. Ma devo far capire che questi problemi rimarranno tali se non sconfiggeremo la corruzione, che assorbe metà del bilancio dello Stato. Mi serve un simbolo, per questo. Una cosa forte. E lui che ti fa, due giorni dopo? Arriva con un preservativo. Clara dice: ma che t’è preso? Io invece dico: stupendo. E lui: sul manifesto metto la tua foto accanto a un preservativo e in evidenza lo slogan: "La migliore per preservarci dalla corruzione". Presa dall’entusiasmo aggiungo: andrò ai semafori, per la strada, e distribuirò preservativi ad automobilisti e pedoni. Dirò che la corruzione ha gli stessi effetti dell’Aids. E ci vado. E fermo la gente. Sono Ingrid Betancourt – dico – mi candido al parlamento e credo che la corruzione sia l’equivalente politico dell’Aids. Tenga, le regalo un preservativo così penserà a me il giorno delle elezioni". Un successo. Ma una mattina mi telefona mio madre: "Mi vergogno di te". Neanche mia madre sta dalla mia parte. (Pausa). Felipe Lòpez è un amico, direttore di "Semana". M’incontra e mi vede abbacchiata. "Che ti succese?". "Che mi succede?". Glielo racconto. Ride. "C’è poco da ridere. I miei mi hanno voltato le spalle". Lui racconta sul suo giornale la storia dell’ex ministro Gabriel Betancourt e di sua figlia, e tutti mi scoprono. La tv mi riprende mentre distribuisco preservativi. La gente mi riconosce, mi saluta, qualcuno arriva a dirmi che è una trovata intelligente, che fa riflettere. Mi telefona mia madre: "Tuo padre è diventato orgoglioso della tua trovata scandalosa. Anch’io". Mamma e papà si riparlano. Sono doppiamente contenta. Ma il vero successo arriva quando Yamid Amat, mostro sacro della tv, mi chiama per il telegiornale della sera, quello seguito da tutti. Mi fa a pezzi, se ci vado, mi dico. Ma non posso non andare. Chissà che direbbe di me: si è rifiutata di venire, ha avuta paura, si può scegliere una candidata che ha paura? Vado. E lui parte in tromba: nessuno la conosce. E io: è vero. "Ma perché allora si candida?". "Per battere la corruzione, per denunciare i corrotti". "Lei sa chi sono?". "Certo che lo so. E lo sa anche lei". "Sì, però mi guardo bene dal fare i nomi". "Io invece li faccio". "Li fa?". "Certo che li faccio". E butto giù, d’un fiato, i cinque nomi più importanti. E’ una bomba. Non si parla che di me. C’è entusiasmo. Nessuno che abbia avuto il coraggio, prima, di pronunciare quei nomi. Hernàn Echavarrìa, industriale tra i più noti ed ex ministro delle Finanze, mi telefona. Chiede se mi serve del denaro. "Certo che mi serve". "Quanto vuoi?". Sparo una cifra impossibile: "Cinque milioni". Convinta che mi risponda con una pernacchia. Invece: "Domattina li avrai". (Pausa). Piove, il giorno delle elezioni. E la pioggia non facilita l’affluenza alle urne. E’ risaputo. Figuriamoci che risultati possiamo ottenere Clara ed io, due di seconda fila. Ci sono diciotto seggi in lizza a Bogotà, con centinaia di candidati. Clara ed io stiamo davanti alla tv. L’animo in pace, convinte d’aver fatto tutto quanto era nelle nostre possibilità. Alle 17.30 arrivano le prime proiezioni. Con una sorpresa: il mio nome è al quinto posto. Urlo. Anche Clara urla. Il telefono comincia a squillare. Sono amici, conoscenti, sconosciuti: tutti vogliono congratularsi. Io farfuglio che è bene aspettare. Ma le notizie sono sempre esaltanti di minuto in minuto e, a scrutinio concluso, risulto la più votata del partito liberale. Di quel partito che mi ha ignorata. Clara non è stata eletta e mi dispiace. A lei,no. A lei importa il mio successo. I giornalisti mi prendono d’assalto e io dichiaro: "Abbiamo appena dimostrato che la Colombia è abbastanza matura da chiudere con la corruzione. Ha scelto l’etica e la democrazia contro la venalità. Ha voltato decisamente le spalle a una classe politica che non la rispetta, la tradisce e la deruba da decenni. Una classe politica che non credeva alle mie possibilità di vittoria e che ora deve vedersela con me". (Pausa). Che ingenua. Alla Camera dei deputati arrivo con entusiasmo, ma mi accorgo subito che vengo evitata. C’è gente che ha paura di stare accanto a me. Io sono quella che ha fatto i nomi dei parlamentari corrotti. Io sono quella che ha distribuito preservativi. Io sono quella che ha imposto al partito liberale un codice di etica. Io sono la più votata. Non mi fa fatica stare da una parte. So quello che voglio. Anche Guillermo Martìnez Guerra, ex pilota militare, appena eletto come me, sa quel che vuole: vuole mettermi a parte di una cosa grossa. M’invita a cena. Penso di arrivare a una festa affollata, invece trovo soltanto altre due persone, oltre Guillermo: una donna e un uomo. Maria Paulina Espinosa e Carlos Alonso Lucio, ex militante di M19, movimento di guerriglia impegnato, più di altri, nella realizzazione della democrazia in Colombia. Di lì a poco scopro perché siamo in pochi. Guillermo prende a parlare con calma. "Il governo colombiano sta per firmare, o ha firmato, un contratto con Israele per l’acquisto di un numero considerevole di fucili Galil, superati, inutili, per di più fabbricati per il deserto, non per un paese con un alto tasso d’umidità come la Colombia. Israele non sa più che farsene, per questo, se ne disfà. La Colombia li acquista soltanto perché c’è un giro grosso di bustarelle". Cerchiamo conferme e le troviamo. Il passo successivo è l’incontro con i giornalisti. E il giorno dopo i quotidiani parlano di un incredibile caso di corruzione. Noi, noi quattro, veniamo battezzati "moschettieri dell’anticorruzione". Pensiamo di aver dato una bella spallata. Invece succede il contrario. La campagna di disinformazione, denigratoria, scatta immediatamente: Lucio e Guillermo vengono definiti trafficanti d’armi, Maria Paulina sarebbe manipolata dal marito e io dall’amico Camilo Angel, perché interessato a far firmare il contratto dalla Colt, che rappresenta in Colombia. I giornalisti, anche quelli amici, ci voltano le spalle. Vogliono farci annegare nel fango. Urliamo la nostra innocenza. Urliamo che non siamo noi i corrotti, ma quelli che ci accusano. Chi ci ascolta? Nessuno. Così sembra. Un giorno mi sento chiamare. E’ Agustìn Arango. E’ una persona per bene. A Bogotà rappresenta la Famas, industria d’armi francese. Ha partecipato alla gara d’appalto vinta, per corruzione, dalla Galil. L’ho cercato più volte per chiedergli aiuto, con il risultato di sentirmi rispondere: non posso fare nulla, non ho alcuna intenzione di morire. Ora, al telefono, con voce ferma pronuncia parole che mi esaltano: "Non sopporto quello che ti stanno facendo. E’ schifoso. Vieni, ti metto a disposizione i documenti e ti dirò i nomi dei corrotti". (Pausa). Ho trentatré anni e per la prima volta parlo alla Camera. Ho il cuore grosso, la bocca senza una goccia di saliva. C’è brusìo. Tutti pensano che sto per essere fatta a pezzi dal ministro Fernando Botero, l’amico di famiglia, colui che io ho sempre stimato. Comincio: "E’ incredibile: un ministro della repubblica, che proviene da una prestigiosa famiglia colombiana, copre con la sua autorità un contratto sporco. Bisognerà chiedersi perché lo fa, qual è il suo interesse personale a equipaggiare i nostri soldati non soltanto con fucili superpagati, ma soprattutto superati tecnicamente, che esploderanno loro in faccia alla prima pioggia". Tutti mi guardano in silenzio. Si rendono conto che possiedo documenti inconfutabili. Ci metto quarantacinque minuti a illustrarli, uno per uno. Alla fine, Maria Teresa Arazzola, l’autrice di un articolo molto brutto nei miei confronti, pubblicato da "Cambio 16", si avvicina per scusarsi. Dice: "Ho sbagliato. Solo ora mi rendo conto d’essere stata manipolata". E’ una vittoria? No. Sull’altare dello scandalo verranno sacrificati soltanto tre alti funzionari. Tre capri espiatori.
(Pausa) Sto nel parlamento di un Paese che è zero in credibilità. Se vai in giro e incontri gente, politici, governanti e non, non puoi dire sono colombiano perché ti parlano subito del narcotraffico, ti chiedono com’è possibile che il Paese non riesca a liberarsi di questa piaga e dei politici che questa piaga vogliono mantenere purulenta perché ne traggono profitto? Dentro di me ribolle tutto questo, e lo dico ai Rodriguez, a coloro che hanno incastrato, ed eliminato, Escobar per prenderne il posto, per diventare i re della cocaina. Glielo dico quando mi mandano a chiamare dopo che in Parlamento ho urlato che la Colombia non deve continuare a vivere in un pantano. L’ho fatto durante il dibattito sulle sicurezza nazionale, minata dai narcos. (Pausa) Bellicosi e accomodanti, quasi untuosi, a seconda delle circostanze, i fratelli Rodriguez. Da tenere alla larga, da temere. (Pausa) Ma come si fa a combattere, a stare un giorno dopo l’altro, un’ora dopo l’altra sulle barricate, in prima linea, e ritrovarsi poi ancora nel pantano, sempre più giù? Sentire dai Rodriguez che almeno cento deputati, dei 186 in parlamento, sono corrotti? Vedere Ernesto Samper, nominato presidente della Repubblica il 19 giugno 1994, sommerso dallo scandalo? Samper nel partito liberale rappresentava la parte intelligente, l’uomo che mi ha chiesto di redigere il codice di etica del partito per una svolta epocale. Una videocassetta lo inchioda. La sua campagna elettorale è stata portata avanti con i soldi – tanti – del cartello di Cali, come dire i fratelli Rodriguez. Si difende, Samper. Sostiene, Samper, che è tutta opera degli avversari, di Andrés Pastrana, in particolare, il conservatore sconfitto nella corsa alla presidenza. E’ una difesa debole, che il procuratore Valdivieso smantella. Allora Samper butta la croce addosso ai suoi collaboratori, a Santiago Medina, tesoriere della campagna elettorale, e ad altri, personaggi insignificanti. Poi mi chiama. Gli ho detto tante volte di no, ma questa volta vado. Non so che cosa voglia da me. Forse gli sono arrivati i miei giudizi negativi. Mi saluta sorridendo. Mi chiede di mia madre e di mio padre. Rispondo: "Mia madre sta bene, nonostante si tenga lontana dalla politica. Mio padre, no. Ha problemi economici. La sua pensione, nonostante i ruoli pubblici avuti, è ben poca cosa". Lui si meraviglia. Dice che bisogna fare qualcosa. Io non gli chiedo niente. Lui passa ad altro. Mi fa capire che dimostrerà a tutti la sua estraneità alla mafia. Questo il succo del colloquio. Nei giorni che seguono, Samper agisce con astuzia. Uno dopo l’altro, i fratelli Rodriguez finiscono in carcere. Samper agisce in nome del codice di etica redatto da me, lo dice ai quattro venti, e rincara la dose nei confronti di Medina. Arriva a sospende Fernando Botero da ministro della Difesa. Lo fa finire in carcere con l’accusa di arricchimento illecito. Il clima è pesante. Ci sono uccisioni misteriose, come quella dell’autista di Horacio Serpa, ministro dell’Interno, il braccio destro di Samper, e rivelazioni clamorose dei giornali. Una, in particolare, inchioda Samper: il fac simile di un assegno di 32 milioni di pesos a suo favore. Soldi sporchi, dei narcos. Mi dico: è la volta buona. E’ la volta che i colombiani si ribellano. Sbagliato. Allora mi attacco alla commissione parlamentare, istituita per valutare l’operato di Camper. Sbagliato. La commissione conclude che non ci sono prove contro Samper. Questo, il Paese, voleva sentir dire, esultano gli amici di Samper. Io m’indigno. E in parlamento urlo che la commissione non ha voluto vedere per salvare la pelle al presidente. Sono giorni di grande tensione. Botero, uscito di prigione, si presenta in tv e tuona: "Il cartello di Cali ha finanziato Samper e lui lo sapeva". Samper reagisce: "I colombiani hanno il diritto di sapere la verità. Voglio essere giudicato dai deputati". Una frase a effetto perché diversamente non può essere giudicato. Gode dell’immunità. Gioca sul sicuro, Samper, in parlamento: sa che la maggioranza è con lui. Reagisco. A un buon numero di parlamentari, gente di cui mi fido, indipendenti, sbandiero sotto gli occhi una proposta precisa: "Sciopero della fame in parlamento per avere un processo davvero trasparente, perché la posta è alta. Lo mando a dire anche a Elisabeth Montoya, la donna che sa tutto di Samper, ma tace. I parlamentari accettano. La donna, invece, non si fa viva. Ha paura di tutti. (Pausa) Come contromossa, Samper chiama a raccolta industriali, sindacalisti, leader politici. Sono tutti con lui, dice. Dopo una settimana di sciopero della fame ci sentiamo forti, anche perché la stampa ci dà spazio. Al decimo giorno di sciopero, mi ammalo. Ma rifiuto l’ospedale. Non se ne parla neanche. Due giorni dopo, però, mi salta addosso un febbrone, e perdo coscienza. Mi riprendo all’ospedale. Accanto al lettino c’è mio padre. Sussurra: " Sono fiero di te". Poi arriva Juan Carlos Lecompte, l’uomo che amo e che sta per diventare mio marito. Anche lui è fiero di me. (Pausa) Il 1° febbraio 1966 viene uccisa Elisabeth Montoya. Il delitto di un maniaco, scrivono i giornali. Lo hanno simulato. Anche un bambino se ne accorgerebbe. Le hanno sparato nella fica. Boccone ghiotto per i giornali. La verità è che aveva messo insieme un dossier sulle malefatte di Samper, e voleva tagliare la corda. L’avevano abbandonata tutti, anche i Rodriguez. Come dire: ammazzatela. I giornali non vogliono capire. Neanche quando – è il 5 marzo – viene ucciso Josè Santacruz, uno del cartello di Cali. Perché non indagano? Perché non si chiedono che cosa sta succedendo tra i narcos. (Pausa) Io mi riprendo lentamente. Mi ci vuole tutto il mese di marzo per riprendermi. Clara, la mia amica Clara, si rifà viva. E’ una giurista. Butta lì una proposta clamorosa: "Facciamoci dare il dossier di Samper dal giudice Valdivieso". Dicono di sì. E’ a disposizione a pezzi e bocconi. Clara, però, sa metterlo nel verso giusto. C’è tutto. E il fatto ancor più clamoroso è che emergono tra i corrotti proprio quei parlamentari che devono giudicare Samper nella commissione. Il processo si apre il 22 maggio. Io parlerò l’11 giugno. Alla fine di maggio, tra la posta, trovo una lettera scritta a mano, calligrafia incerta, con qualche errore. La leggo. E’ piena di insulti per me. Ma non è questo che mi sconvolge. E’ una frase, l’ultima: "I tuoi figli pagheranno per quello che stai facendo". C’è anche una foto. E’ orribile. Ritrae il corpo di un bambino fatto a pezzi. So che sono capaci di tanto. M’attacco al telefono e chiamo Fabrice. E’ a Bogotà, ora, Lavora all’ambasciata francese. I bambini dormono da lui. Lo metto a parte delle minacce. E’ della mia stessa opinione: i bambini devono andarsene, devono lasciare la Colombia, devono andare a Parigi, dalla nonna paterna. Mélanie ha undici anni, Lorenzo quasi otto. Facciamo tutto nella notte, il cuore in gola. Fabrice mi guarda. I suoi occhi sono velati, senza luce, di chi soffre. " Come puoi…", dice. (Pausa). L’11 giugno ottengo di parlare all’ora di punta per la tv, che riprende tutto il dibattito alla Camera. Racconto tutto quello che ho scoperto. Illustro i documenti. Ammetto che la storia mi sconvolge anche per un motivo personale: sono stata molto vicina, politicamente, a Samper. "Mi è difficile ammettere che ha accettato i soldi dalla mafia. Ma è così. Anzi, devo dire che oggi la Colombia ha come presidente un criminale ". Parlo tre ore nel silenzio più assoluto. Quel silenzio che continua anche quando ho finito. Ho paralizzato tutti. Ma non serve a nulla. Centoundici deputati contro quarantatré: Samper non è colpevole. (Pausa) La tentazione è di raggiungere i miei figli e rimanere lì con loro, cambiare vita, tornare la Ingrid spensierata. Lontana da questo Paese che non ha dignità, che non vuole averla. Vado a Parigi. Sono tesa. Non riesco a riposare neanche lì. Tutto mi fa sussultare. Sono a Parigi da una settimana quando Hugo Escobar Sierra, l’amico, l’avvocato di grido, mi chiama. "Mi spiace, ma devi rientrare a Bogotà. Samper ti ha denunciata per abuso di relazione d’ufficio. Rischi il posto in parlamento". Devo lasciare i bambini. Non ne ho voglia. Ma devo farlo. Loro piangono. E mi rendono la partenza ancor più difficile, più dolorosa. "Come puoi", mi ha detto Fabrice. Già, come posso? (Pausa). Samper ha messo su una montagna di falsità per portarmi al processo. Ci ha infilato anche mio padre. Sostiene che gli ho chiesto un favore per lui. Io, una che non conosce nemmeno. Come si può? Come si può arrivare fino a questo punto? Come può un uomo arrivare fino a questo punto? Non mi conosce… Suo padre era sottoposto del mio. Beveva. I miei, mia madre in particolare, l’aiutarono in più d’un’occcasione. Fino alla morte. Brutta morte. Ernesto Samper ebbe parole di ringraziamento per i miei genitori, per mia madre. E’ la lettera che leggo al processo. E’ la lettera che fa crollare la montagna di falsità voluta da Samper. Ne leggo anche altre, di lettere, quelle con cui rifiuto alcuni suoi incontri nei momenti più caldi della vita politica. Come può dirmi di non conoscermi? Concludo: "E’ stato montato un processo ingiusto nei miei confronti per delegittimarmi". E un giudice, un magistrato donna dell’accusa, a un certo punto si alza e fa: "Chiudiamo il processo, subito, che non se ne parli più". Ho vinto. (Pausa). Ho vinto… Non è possibile dirlo in Colombia. E’ il 20 luglio. Esco dalla Camera. E’ sera. Salgo sulla mia auto. Alex, l’autista, appena mi ha vista, ha messo in moto. Anche l’auto della scorta si è messa in moto. Andiamo per le strade strette di Bogotà. A un certo punto, un’auto, davanti, blocca un passaggio stretto e un’altra ci tallona. Io protesto. Alex non dice parola e con rapidità fa una manovra eccezionale. Anche la scorta si rende conto che qualcosa non va e imita Alex. Allora capisco. I colpi d’arma da fuoco vanno a vuoto. (Pausa) Taccio con tutti. Ho paura che i miei figli rimangano a Parigi. Invece tornano a settembre. Ma i giorni diventano tormento. Ho paura per loro. Ho paura di un minimo movimento. Dello squillo del telefono. Delle lettere. Immagino vie di fuga per loro. (Pausa) Il 12 dicembre esce il libro "Sì, sapeva". E’ il mio atto d’accusa nei confronti di Ernesto Samper. Una condanna senza appello. Definitiva. Sapeva che erano soldi della mafia, dei narcos. E’ la sua tomba. Alla presentazione c’è tanta gente. Non lo credevo possibile. Gente che è con me. Gente che è contro i corrotti, contro Samper. Queste manifestazioni mi danno il coraggio d’andare avanti. Certo è che sono stanca. Che non sono tranquilla. Che non posso esserlo. (Pausa) Sono alla Camera. E’ una bella giornata. Sto lavorando da matta quando la segretaria mi avverte che una persona vuole parlare con me. "Chi è?" "Un uomo". "Lo conosci?". "Mai visto". "Fallo entrare". Perché l’ho detto? Perché? Quest’uomo, ben vestito, sorridente… quest’uomo mi butta addosso il terrore. "La sua famiglia è in pericolo. E lei ha i giorni contati. Sono state scelte già le persone incaricate di ucciderla". Se ne va. Non lo conosco, ma so da dove viene. Viene dai narcos. Viene dai politici corrotti. Viene dai Rodriguez, tornati liberi. Via… via… Devo andare dai miei. Devo avvertire tutti. I bambini… i bambini devono lasciare Bogotà. Devono farlo definitivamente. Non hanno futuro qui. Io, per me, per la mia vita, non ho paura. Non m’importa di me. (Pausa) Non so quanto valga la pena lottare per un Paese come questo. Qui sembra che il tempo si sia fermato. Qui democrazia, libertà, uguaglianza, dignità non hanno cittadinanza. Naufragano nella corruzione. Neanche gli Stati Uniti hanno avuto successo. Parlo delle stesse cose per cui Camilo Torres lasciò la tonaca e diventò guerrigliero – quasi quarant’anni fa – e morì. Io non mi sento guerrigliera. Io ritengo che la guerriglia, con le sue azioni violente, rafforzi il potere corrotto, anziché demolirlo. Io ritengo che si debba agire allo scoperto, che le parole possano essere una grande arma, più efficace delle armi vere, delle pallottole. Samper è stato demolito dalle parole, dalle parole contenute nei documenti, dal coraggio di pronunciarle, queste parole. In parlamento. Nei tribunali. (Pausa) Sì, è faticoso. E pericoloso. Anche perché l’avversario risponde con la violenza, le minacce. Non salva nessuno, neanche i bambini. (Pausa) Le minacce ai miei figli mi piegano le gambe. Sto per alzare bandiera bianca. Lo dico. La reazione di mio marito e degli amici è una sola: non puoi. "Se ti metti da parte tu, la Colombia finisce all’inferno per sempre. Dobbiamo togliere il potere ai soliti. Dobbiamo dare un minimo di fiducia nel futuro ai colombiani". Sono parole che sfondano una porta aperta. Anche Fabrice dice che non devo arrendermi. Fabrice è stato trasferito lontano, in Nuova Zelanda, e si porta dietro i bambini. Non dovrò pensare alla loro sicurezza. Soffrirò la lontananza, questo è certo. Sfondano una porta aperta nel darmi coraggio. Ma non mi aspetto che aggiungano di buttarmi nella battaglia per il senato. Manca così poco alle elezioni. Obietto che non posso presentarmi con il partito liberale, dopo quel che è successo. Non posso stare con i seguaci di Samper, come non posso stare con quelli di Pastrana. Mio marito dice che ho ragione. Ci vuole un partito nuovo, che mi rappresenti bene, che rappresenti bene le mie idee. Ci pensa su un po’. Poco, a dire il vero, ci pensa: come se l’avesse già in mente. Dice: "Ecco, Oxigeno". "Oxigeno?". "Sì, oxigeno. Tu sei l’ossigeno per la Colombia. Con te le Colombia torna a respirare aria pulita. Finisce d’essere Locombia (luogo matto)". E vada per Oxigeno. Alcuni vogliono aggiungerci Verde per dargli un’impronta ecologica. Simboli sulle magliette e sui manifesti, una maschera antinquinamento e una bombola d’ossigeno. C’è anche un altro punto che voglio chiarire. Io sono contro "Thanatos", l’operazione militare antiguerriglia. Io sono per il dialogo. Sono per il dialogo chiaro, corretto. Un dialogo che porti a negoziati di pace. Tutto deve essere messo lealmente sul tavolo. Il popolo vuole la pace negoziata con la guerriglia. Dobbiamo dargliela. (Pausa) Credo in questo. E mi muovo per questo. Accetto la candidatura al Senato. Una campagna elettorale intensa, la convinzione d’essere spiata in ogni momento, anche al telefono. Non è facile per una donna giovane entrare in Senato. Ho già avuto fortuna a entrare alla Camera. Me lo dicono in tanti, gli anziani. Piove il giorno delle elezioni. Piove come sempre. Io sto con Juan Carlos. Ho paura. Non voglio intorno nessuno. Sto con lui e basta. Ho bisogno del suo sostegno. E’ un uomo forte, uno che sa infondere sicurezza. Arrivano i primi dati e non riesco a capirli bene. Non riesco a leggerli. Mi sembra, a una prima occhiata, d’essere in ritardo ovunque. E’ la mia fine e quella di Oxigeno. Ingoio il rospo e dico a Jan Carlos che è bene uscire, a questo punto. E’ bene andare al comitato elettorale. Non sono una che, sconfitta, si nasconde. Andiamo. E vengo accolta in maniera inaspettata. Applausi a non finire, gente con le lacrime agli occhi. "Sei prima", urlano. Prima? Mi fanno vedere i risultati. E’ vero. E lo rimango, anche se a Cali mi sottraggono, con brogli evidenti, almeno quarantamila voti. Vinco io e vince Oxigeno. Ora, dice qualcuno accanto a me, dovranno fare i conti con te per la presidenza della Repubblica. Il mese è il maggio 2002. Che passo. Ma so che non posso sottrarmi. So anche che devo rispettare un impegno preso prima di tutto con me stessa: l’incontro con i capi delle Farc. Il 23 febbraio, dopo giorni di trattative, parto da Florenzia, capoluogo del Caguetà, per andare a San Vicente, città in mano alle forze armate rivoluzionarie colombiane. Ho chiesto un elicottero, ma non me l’hanno dato. Devo accontentarmi di un fuoristrada. Siamo in quattro. Gli altri (una donna e due uomini) sono miei collaboratori. Mi hanno seguita volentieri in un viaggio sconsigliato da tutti. Voglio far capire che in quella zona abitano almeno venticinquemila persone e non possono essere bombardate come vuole fare il governo in una guerra antiterrorismo, invisibile a tutti, tranne che alle vittime innocenti. Nello stesso tempo, voglio indurre le Farc a negoziare, per togliere ogni sospetto sul loro operato, quel marchio di "narco-guerriglia", che fa bene solo ai corrotti di Bogotà. (Pausa) Mi hanno presa quelli delle Farc. Mi hanno teso un tranello. "Vogliamo te, dottora", hanno detto. Hanno preso anche Clara Rojas, la candidata alla vice presidenza. Gli altri sono stati lasciati liberi e hanno potuto dare l’allarme. Ora sono qui. Ostaggio? Condannata a morte? So che il presidente Andrés Pastrana, il successore di Samper, non ha fatto parola con i miei di quel che m’è successo. Mio marito, il mio ex marito, i miei figli, i miei genitori: nessuno sa più nulla di me. Io non ho paura. Mi pesa la sofferenza dei miei figli, per colpa mia. Questo sì. Mi pesa non averli. Mi pesa averli privati della madre. Ho rinunciato a tutto per la lotta. Ho rinunciato a tutto per questo Paese. Per il suo futuro. Per toglierlo dalle mani dei criminali. Per non farlo morire strangolato. Per dargli dignità. Per la libertà. Per la democrazia. Per la giustizia. So che Juan Carlos ha detto: "Mia moglie rimane candidata alla presidenza della Colombia, nonostante il rapimento". So anche che i favoriti sono altri, i soliti. Che così la Colombia rimane prigioniera dei corrotti e dei narcos. Un’altra notizia m’è stata data per ferirmi: l’assassinio di monsignor Isaias Duarte Cancino, arcivescovo di Cali. Una voce franca e coraggiosa della Chiesa. Più volte aveva tuonato contro il connubio trafficanti di droga-politici e contro gli attentati e i rapimenti delle Farc. Gli hanno sparato all’uscita della messa. Sei colpi, tutti a segno. Erano in due, i killer. Svaniti nel nulla. Come sempre. E’ una notizia che mi strazia. (Pausa) Io sono qui, la convinzione di non avere futuro, o d’averlo pieno d’inciampi. Camilo Torres testimoniò, in montagna, i mali della Colombia. L’oligarchia ha sempre ingannato il popolo – disse – e quando il popolo riesce a trovare un capo, uno di cui fidarsi e al quale si affida, l’oligarchia lo uccide o lo fa uccidere. (Pausa) Attendo, consapevole di avere dato tutta me stessa alla Colombia. (Pausa) Forse sarò costretta a stare qui un anno, due anni. Merce di scambio. O forse mi uccideranno tra un’ora, tra due ore. Domani. Tra una settimana. Tra mesi. Persona scomoda. (Pausa) Potessi vedere almeno i miei figli… Anche per un attimo…
(Pausa) Mi hanno chiesto di dire alcune cose in un video. E io le ho dette. Ho detto che credo nella necessità di una tregua. Una tregua per la pace. Nessuno deve bloccare la pace in Colombia. Ho detto queste cose convinta. Non so, però, che effetto possono avere. Mi dicono che alle elezioni non sono andata oltre il 2 per cento. Poca cosa. Speravo di più. Ha vinto Alvaro Uribe. Lui è il nuovo presidente. I colombiani non riescono a liberarsi dal giogo dei narcos. Non mi stancherò di dire e urlare pace. Anche se la mia voce è così flebile. Non mi stancherò. Lo giuro.
Marzo /Luglio 2002
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